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18 lug 2014

Operatori/trici Sociali: un contributo alla discussione

CONTRIBUTO SCRITTO DELL'UNIONE SINDACALE ITALIANA PER IL RILANCIO DELLA LOTTA TRA I/LE OPERATORI/TRICI SOCIALI

presentato all'Assemblea nazionale degli operatori/trici sociali svolta a Napoli 15 marzo 2014 a NAPOLI, c/o CSOA SKA

Una professione e un lavoro “invisibile”: il lavoro nel settore sociale vive da anni una progressiva erosione, dei vari aspetti che lo compongono, con l’effetto di un impoverimento non solo salariale e professionale, normativo e contrattuale (non esiste questione di scegliersi un CCNL migliore o peggiore da far applicare, è un falso problema, quello reale è chi controlla e come il “costo del lavoro”, se a fronte delle esigenze di risparmi e tagli di governi centrali e locali, per rispettare imposizioni bancarie e finanziarie e di bilanci in pareggio, le classi lavoratrici e anche chi lavora nel terzo settore è in grado di contrapporre misure efficaci di controllo su salari, orari e ritmi, diritti e condizioni di tutela della salute e della sicurezza, a prescindere dal CCL che si usa e di vuole far applicare), ma anche del senso e della qualità oltre che della quantità delle attività e funzioni svolte, a beneficio della cittadinanza.

I progressivi tagli operati a livello nazionale e dai vari governi, anche dei vari fondi,  che si ripercuotono su enti locali e pubbliche amministrazioni, con ulteriori esternalizzazioni, privatizzazioni e liberalizzazioni, in una serie sempre più estesa di servizi e attività prima svolti in forma diretta e da dipendenti pubblici, stanno provocando unna crescente disarticolazione della nostra “professione”, che apre ad ulteriori scenari di iper-sfruttamento, precarietà, incertezza lavorativa e salariale e ad un deperimento dei servizi alla cittadinanza.  

L’esperienza maturata in tanti anni, ci porta alla consapevolezza che a forza di essere considerati “invisibili”, anche se si lavora quotidianamente a contatto con le persone, si sta progressivamente “scomparendo” come compagine sociale riconosciuta e riconoscibile.

Non è più un fattore episodico la tendenza a vanificare per primi i soldi e i finanziamenti, le retribuzioni pagate normalmente diventano un optional, con tutto quello che ne deriva sul piano materiale della sussistenza quotidiana, che dell’idea di sé di lavoratori e lavoratrici. Se si aggiunge la continua dequalificazione professionale, che alimenta un ulteriore mercato della formazione per ottenere i titoli necessari (tipo quelli di OSS) e l’uso di personale altamente qualificato per attività “equivalenti” di contenuto inferiore ai titoli richiesti nei bandi e nelle procedure di affidamento (allora le nostre lauree, specializzazioni servono…per fare punteggio e dimostrare che si ha nelle cooperative ed enti onlus, personale formato e specializzato, per vincere le gare e aggiudicarsi i servizi esternalizzati dalle P.Amm.ni), la combinazione e indebolimento di questi tre elementi (economico-salariale/professionale/normativo-contrattuale) sta pian piano portando alla “invisibilità” delle varie figure professionali, alla funzionalità stessa del complesso dei servizi sociali, educativi, assistenziali, di orientamento pubblici e al pubblico, che vanno sfumando in un generico e inqualificabile “badantato e colfaggio”. I tagli ai fondi nazionali e l’indicazione allo sviluppo di liberalizzazioni di servizi ed attività, sono indice da un lato di una mancanza di visione di un progetto e di una politica su scala nazionale e da calibrare a livello locale, dall’altro l’applicazione rispettosa delle scelte dettate dagli organismi finanziari e bancari europei e mondiali, di tutela di interessi speculativi e di ottenimento di briciole di profitto, di quote di mercato anche in attività sociali ed educative.

Menzogne e inganni: a complicare la situazione, il sistema attuale della cooperazione sociale e delle associazioni onlus “no profit”, che in questi ultimi 40 anni si è infilata come ponte tra enti locali, AASSLL e la cittadinanza. Il settore cooperativo e le centrali cooperative alle quali sono associate, si inseriscono come soggetti privati, finanziati dal pubblico che, nella maggioranza dei casi, operano secondo logiche da impresa e di “profitto”, con un aggravio dei conti e costi pubblici notevole rispetto alla stessa gestione diretta da parte della P. Amministrazione, costi che potrebbero essere risparmiati sul bilancio comunale e sociale, per le retribuzioni del personale, o per l’aumento della quantità (e qualità) dei servizi alla cittadinanza.              

Le politiche di esternalizzazione  e di liberalizzazione in termini di mercato, con la gestione anche in forma cooperativa, dà impulso alla privatizzazione operante in modo massiccio di tanti servizi e attività, con un intervento sempre più forte e di controllo di lobbies bancarie e assicurative, con la complicità di politici di turno e di creazione di una casta burocratico –parassitaria (anche incapace pure sul piano imprenditoriale…). Un elemento che aggiunto a quelli oggettivi, porta a effetti penalizzanti e dannosi in termini di gestione anche “aziendale”, dell’erogazione dei servizi e delle tutele sul-del lavoro. E’ la stessa menzogna che inficia anche la percezione, per chi è socio lavoratore, di non riconoscimento quale soggetto indipendente, come lavoratore o lavoratrice, ma di considerarsi “imprenditori collettivi di se stessi”, identificandosi di più con l’azienda che con la propria opera e anche in tempi di crisi e di scelte dolorose, come soggetto contrapposto a coloro che lavorano o da dipendenti o come massa di precariato “usa e getta”. Una sorta di cortocircuito interclassista nella propria soggettività e nella stessa incidenza di sviluppo di conflitto, autorganizzazione e unità a partire da materiali condizioni di lavoro e di vita.

Autorganizzazione sindacale e sociale: come fattore e strumento di risposta a questi scenari, non solo a Roma dove il percorso è più radicato e consolidato (con l’ottenimento dei diritti e agibilità sindacali, della capacità di intervento anche negoziale e la tutela di salari, posti di lavoro e condizioni di servizio, quasi alla pari con i sindacati concertativi e collaborazionisti), ma in altre parti d’Italia, si è affermata una componente autorganizzata, che ha avuto pur con alterne vicende, forme di coordinamento e  di rete anche con gruppi, collettivi ed esperienze non dichiaratamente “sindacali sul posto di lavoro” o come forme di resistenza spontanea a tentativi di licenziamenti e ristrutturazioni. A Roma, esemplare il percorso sfociato in due delibere del consiglio comunale (oggi Roma Capitale) di iniziativa popolare, relative a controlli e indirizzi in materia di appalti, affidamenti e convenzioni di qualsiasi natura dell’Ente Locale, per il rispetto di tutele contrattuali, salariali, normative, di agibilità individuali e collettive, la n° 135 del 2000 e il regolamento attuativo 259 del 2005, ancora in vigore e coloro che hanno la memoria storica di quelle lotte e di quel percorso, fanno ancora applicare con interventi nelle più diverse situazioni, anche nei cambi di appalto e di gestione per il rispetto di clausola sociale, salvaguardia occupazionale, salariale e normativa.

Situazione che è ancora di attualità e che è diventato un precedente di rilievo nazionale, per il massiccio uso e gestione da parte di cooperative, consorzi e associazioni onlus, per conto di molte pubbliche amministrazioni, di una serie di servizi da quelli classici  di assistenza domiciliare ad anziani e disabili, fino ai servizi educativi e scolastici di asilo nido e scuole, con un mercato sulla “prima infanzia” concorrenziale rispetto al servizio pubblico a gestione diretta, che coinvolge l’orientamento al lavoro, la formazione professionale, le scuole per l’assistenza agli studenti con disabilità, ritardi cognitivi, la scolarizzazione a rom e migranti, la mediazione interculturale, a tutti i servizi socio sanitari, ormai esteso a biblioteche, teatri, servizi culturali e ambientali, università e scuole statali pubbliche. Sull’asse di controllo e intervento capitalistico istruzione-formazione-collocamento (della forza lavoro e di quella in formazione, cioè studenti-studentesse), nessun settore né è rimasto escluso, con l’introduzione di forme di lavoro sottopagato, di precarietà sulle 44 tipologie della legge 30 del 2003, pacchetto Treu del 1997 e collegato lavoro del 2010, con l’apprendistato professionalizzante anche nel 3° settore, con uno sfruttamento elevato e una sottovalorizazione crescente e competitiva rispetto agli operatori sociali di prima generazione. Nel settore socio sanitario ospedaliero, lo scambio e intreccio tra “prestazione sanitaria” e “merce-prestazione lavorativa” ha dimensioni notevoli.

Per un COORDINAMENTO NAZIONALE EFFICACE: siamo consapevoli che è fuori luogo e anche impraticabile, anche per noi attivi-e in sindacati e rappresentanze sindacali autorganizzate, autogestite e autofinanziate, chiedere un passaggio organizzativo a chi ha poca fiducia e non condivide l’organizzazione diretta sul posto di lavoro e nessuno vuole imporre modelli a nessuna situazione locale, collettivo o gruppo di lavoratori e lavoratrici. Né siamo interessati a riproporre meccanismi sterili e poco funzionali da “intergruppi” o “intersindacale”, non ci interessa questo. Serve però che si metta in piedi seriamente e che sia operativo per le priorità che scegliamo di individuare, tra gli obiettivi di piattaforma comune e speriamo condivisa, un COORDINAMENTO NAZIONALE e una rete di collegamento, che parta dalla esperienze positive già acquisite, anche le nostre di intervento da rappresentanza sindacali di posto di lavoro, dagli strumenti di informazione, formazione autogestita, sostegno ai singoli per rompere i meccanismi di isolamento e di individualizzazione delle lotte (non esiste la via nazionalitaria di uscita dalla crisi, ma nemmeno quella individuale, anche sulla singola vertenza con la cooperativa) e di sviluppo di lotte e percorsi collettivi, praticati con successo attraverso gli sportelli-punti info-lavoro e diritti autogestiti (non delegati quindi ad avvocati) negli ultimi 15 anni, con l’intervento sul territorio e nelle situazioni locali, quartieri o paesi, con la PRATICA DELL’AUTORGANIZZAZIONE, sia “sindacale” che “sociale”. Un percorso che dovrebbe essere finalizzato anche a ricostruire un tessuto sociale frammentato e scompaginato, nonché a riconquistare i necessari RAPPORTI DI FORZA, utili al tentativo di cambiare la situazione.  Per il resto il confronto è aperto e la disponibilità a fare un percorso concreto, ci sta tutta.