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12 ago 2014

Storie da una Roma Ribelle: Sottoproletariato e dissenso nella Roma fascista.

 (di Luciano Villani)

La questione del consenso al regime fascista, sebbene vanti ormai numerosi studi, è ben lontana dall’essere sciolta. Essa presenta notevoli insidie, a cominciare dalle modalità di utilizzo delle fonti generalmente adoperate per analizzarla, in massima parte riconducibili alle attività di «ascolto», controllo e repressione degli organi statali e del partito fascista: fonti che scontano un alto tasso di «ambiguità» e che vanno sottoposte ad uno scrupoloso vaglio critico. Vaste sono poi le correlazioni tematiche dell’argomento: l’analisi andrebbe cioè incardinata in una cornice che tenga conto di tutte le variabili – di natura politica, ideologica, economica, sociale e psicologica – che hanno agito ed influito sulle reazioni della popolazione di fronte all’affermazione e durata nel tempo di un regime dittatoriale e totalitario quale il fascismo è stato.
Un regime nel quale era vietato esprimere liberamente le proprie idee e dove le opinioni di segno avverso non avevano modo di circolare, il che pone seri problemi a chi oggi voglia tentarne una ricostruzione. La fascistizzazione della società comportò l’ampliamento della base sociale su cui poggiava lo Stato; alla politica si avvicinarono categorie fino ad allora rimaste ai margini, ma secondo canoni e modalità di coinvolgimento in ogni caso stabilite dall’alto. La partecipazione attiva era assolutamente ricercata e richiesta, ma nelle forme di un inquadramento subalterno, giustificato dalla necessità di riscuotere un livello di approvazione ufficiale il più esteso possibile. Lo «spirito pubblico» della popolazione era tenuto sotto costante osservazione da un esercito di informatori e confidenti che relazionavano puntualmente sugli umori in circolazione nel paese. La percezione del controllo portò alla diffusione di tutta una serie di meccanismi difensivi, volti sostanzialmente a non dare troppo nell’occhio nel tentativo di convivere col fascismo ed evitare di andare incontro a sgradevoli conseguenze personali. Un atteggiamento questo, che rinvia alla temibile capacità persuasiva di cui disponeva il regime e al tempo stesso a quelle forme, chiamiamole pure di adattamento, che, perlomeno in parte, racchiudono ed esemplificano il senso di quel quotidiano rapportarsi con le inibizioni del tempo, che a volte, sbrigativamente e impropriamente, è stato fatto passare per «consenso».
In un siffatto contesto l’assenza di significative proteste o di manifestazioni di aperto conflitto non è di per sé sufficiente a suffragare l’ipotesi di un’adesione unanime al sistema vigente, né possono essere sottaciuti aspetti determinanti che hanno condizionato a fondo la realtà sociale italiana in quegli anni, per esempio la costruzione di uno stato di polizia, un sistema di reclutamento lavorativo che faceva perno sull’affidabilità politica e morale o l’irreggimentazione della popolazione in organizzazioni fasciste di tipo associazionistico e assistenziale da cui derivavano benefici e opportunità altrimenti inaccessibili.
Ogni indagine che intenda cogliere stati d’animo, modi di pensare e di agire al cospetto di un regime dittatoriale, deve saper distinguere gruppi sociali, appartenenze, classi d’età, contesti geografici e quant’altro possa aiutare meglio a comprendere le tipicità di ogni comportamento. Le opinioni che avrà avuto del fascismo un giovane ufficiale di ritorno dalle trincee saranno state diverse da quelle maturate da un lavoratore arrivato in una grande città, alle prese con la legislazione antimigratoria codificata nel corso del ventennio: mentre è facile immaginare che il primo abbia ceduto al richiamo dei miti vitalistici e di mobilitazione diffusi all’epoca, la condizione di irregolarità del secondo avrà presumibilmente acuito un senso di estraneità verso le istituzioni.
Le considerazioni che seguono si riferiscono a un contesto specifico, quello della periferia di Roma negli anni Trenta e Quaranta, un territorio vasto e al centro di grandi interventi di trasformazione, del quale ci interessano in particolare gli strati sociali colpiti da gravi difficoltà economiche e abitative, quali furono i disoccupati e i sottoproletari delle borgate. Invero, il disagio sociale non era attributo esclusivo della periferia: un rapporto della Questura di Roma del 1933 metteva in luce come lo stato di miseria fosse diffuso in modo «veramente sensibile» nei rioni Monti e Ponte, oltre che all’Appio Metronio – dove erano ancora in piedi le baracche comunali erette nel 1911 –, nel quartiere di San Lorenzo, a Porta Maggiore e ben oltre le mura, nel quartiere San Paolo. La povertà nelle borgate del suburbio non dipendeva però da cause contingenti (come potevano esserlo la chiusura di un certo numero di officine e laboratori oppure la conclusione di un lotto di lavori pubblici), né era connessa solo alla mancanza di lavoro: essa poteva ben dirsi costitutiva alle borgate stesse e traeva origine anche dalla loro particolare situazione ambientale. Nelle borgate costruite dal Governatorato tra il 1930 e il 1934 si conduceva una vita primitiva, senza servizi essenziali (acqua, luce) e in condizioni igieniche disastrose. le provvidenze assistenziali rappresentavano per molti l’unica fonte di sostentamento, nonché un influente mezzo propagandistico e di controllo affidato alla Federazione fascista dell’Urbe, cui si affiancavano le missioni di enti religiosi.
Le borgate governatoriali erano prive di tradizioni politiche. I loro abitanti, contrariamente a quanto supposto dalla letteratura corrente, non provenivano, se non in percentuali estremamente ridotte, dai rioni centrali «sventrati» dal regime, dunque con un portato di storia e relazioni comunitarie «forti» alle spalle, ma nella stragrande maggioranza dei casi da baraccopoli spontanee ormai demolite o da abitazioni private lasciate in seguito allo sfratto per morosità. Una popolazione perlopiù immigrata, scomposta ed eterogenea, formata in prevalenza da operai, molti dei quali occupati saltuariamente nel settore edile, in altri casi neppure in cerca di lavoro, abituati ad arrangiarsi con espedienti di vario tipo, poco inclini alla cura di interessi collettivi e, probabilmente, alla solidarietà («la solidarietà dei poveri è una favola – scriveva d’altronde Ferrarotti nel 1974 in riferimento alle storie di vita raccolte nei borghetti romani – la povertà non è solidale. È un lusso che non si può permettere»), piuttosto molto più propensi a campare alla giornata o a procacciarsi l’elargizione di aiuti assistenziali.
Che tipo di opinioni avevano dunque queste categorie sociali nei confronti del fascismo? Sebbene non sia facile stabilirlo, è possibile avanzare qualche risposta a partire dai procedimenti giudiziari a carico dei borgatari e dei ricoverati nei dormitori pubblici funzionanti in periferia. È bene chiarir da subito che da un esame approfondito dei fascicoli della PS relativi agli anni in questione, non emergono né momenti collettivi di agitazione, né segnali tali da accreditare nelle borgate una presenza dell’antifascismo organizzato. Quest’ultimo, infatti, era radicato specialmente nei quartieri e nelle zone che avevano manifestato ostilità al fascismo sin dal 1922 e dove, a corso di gravi rischi, continuò a svolgersi un’attività di propaganda in senso antifascista: la zona che racchiudeva San Lorenzo ed Esquilino, il territorio compreso tra Valle Aurelia, Borgo e Trionfale, il triangolo Ostiense-Testaccio-Garbatella, i paesi dei Castelli Romani. Luoghi che vantavano una più antica tradizione operaia e in cui le idealità anarchiche e socialiste avevano acquisito un certo peso sin dall’inizio del secolo.
Sia altrettanto chiaro: socialisti di vecchia data, pregiudicati per reati politici o sostenitori di idee emancipatrici risiedevano anche nelle borgate, ma la loro presenza non contemplava l’iniziativa politica e pertanto risultava pressoché inoffensiva.
Un profilo che ben si attaglia alla figura di alcuni borgatari, refrattari alle idee del regime e pur tuttavia entrati in collisione politica con esso per «futili motivi». Come accaduto per Rodolfo Antonelli, lavorante in cristalli disoccupato, abitante alla borgata Tormarancia, pregiudicato per furto e oltraggio. I suoi problemi con la legge si aggravarono per uno scambio di opinioni sulla guerra avvenuto in un’osteria con due sconosciuti, nel quale dichiarò di parteggiare per la Francia, che, a suo dire, avrebbe vinto sicuramente la guerra mettendo fine al fascismo in Italia. I due, qualificatisi infine per fascisti, lo accompagnarono all’ufficio di polizia di Garbatella, dove Antonelli affermò di essere un «socialista irriducibile», di aver militato in quel partito da ragazzo e di aver pronunciato con pieno senno le frasi all’osteria. Descritto come «ex coatto, dedito al vino e al vagabondaggio», non aveva precedenti politici; la discussione di quel pomeriggio gli costò tre anni di confino a Ustica. Diversamente andò a Vincenzo Bonzani, manovale disoccupato abitante alla borgata Primavalle, ammonito per aver gridato ubriaco a bordo di un tram: «Viva il direttore dell’”Avanti”». Nel corso della perquisizione in casa fu trovata una lettera scritta dalla moglie indirizzata al Fiduciario del Gruppo fascista Madonna del Riposo in cui accusava Bonzani di aver pronunciato frasi oltraggiose all’indirizzo di Mussolini e di aver più volte sputato sulle sue foto, imputazioni confermate nel corso degli interrogatori e testimoniate anche dalla subinquilina. Non si trattava di sovversivi schedati. L’impressione è di avere a che fare con soggetti che avevano sì mantenuto fede alle proprie convinzioni, ma senza particolari propositi d’azione, esistenze che scorrevano indolenti, benché non del tutto pacificate, scosse di tanto in tanto da gazzarre domestiche o di strada. In questo come in altri casi, il senso di frustrazione appare esacerbato dagli alterchi con coniugi, familiari, vicini e conoscenti, che in determinate occasioni non esitano a tramutarsi in testi d’accusa, a dispetto delle pur pesanti conseguenze cui esponevano i congiunti, segno di una certa fragilità dei rapporti sociali e di un ambiente in cui non mancavano istinti delatori. Spiate e denunce a carico di «vociferatori» antifascisti erano frequenti anche nelle borgate, per ragioni di ruffianeria o più banalmente per saldare conti in sospeso e dunque a scopo vendicativo. Circostanze che suggeriscono una correzione dell’assunto che le vorrebbe, in piena dittatura, baluardi di coesione e fratellanza, sulla scorta di un’immagine prevalsa a partire dal dopoguerra e che affonda le radici nel ruolo di assoluta centralità che le borgate e i quartieri della cintura periferica ebbero nella Resistenza romana.
Vittima di delazione rimase, per esempio, Giuseppe Capuano, alloggiato nel dormitorio di Portuense. Nel leggere il giornale pare si augurasse, nel caso di entrata in guerra, la sconfitta dell’Italia per vedere la fine del suo «regime vessatorio». Accusato da un altro ospite del dormitorio, probabilmente allo scopo di ottenere piccoli favori, fu spedito al confino. Stessa sorte toccò ad Armando Archini, muratore, domiciliato nel dormitorio di Primavalle assieme a moglie e figli. Ad alta voce disse che responsabile dei suoi mali era senz’altro Mussolini e che se lo avesse incontrato per strada non avrebbe esitato a schiaffeggiarlo anche rischiando la fucilazione. La denuncia, sporta da un vicino di letto, trovò conferma nelle deposizioni di un altro ricoverato e del direttore del dormitorio.
Nel registrare l’assenza di un livello consapevole di antifascismo, in grado cioè di pervenire all’allacciamento di reti e relazioni con finalità politiche, oppure l’abuso di pratiche delatorie, per conformismo o per tornaconto personale, non si vuol certo dimostrare la prevalenza di una cieca obbedienza nel regime. Come si è visto, episodi che rivelano un senso di malessere, o addirittura qualificabili nei termini di una spontaneità dissenziente, magari poco avvertita e proprio per questo impolitica e fine a se stessa, erano piuttosto consueti nelle borgate e nei ricoveri collettivi. A volte tale atteggiamento ricalcava più semplicemente un’indole poco rispettosa dell’autorità, che certo mal si addiceva con la deferenza allora in voga verso l’ordine gerarchico e la camicia nera. Per finire nei guai del resto bastava poco, era sufficiente una risposta irriverente ad una guardia. È quanto accadde, per esempio, a Renato Cefalo, domiciliato nella borgata Pietralata: ad un augurio di «maggior prole» rivoltogli da un agente di polizia rispose: «Va bene, ne farò altri tre! Italia piange, Vittorio dorme, Benito succhia». Cefalo, che aveva preso parte alla campagna in Africa orientale e non aveva precedenti politici, fu proposto per l’assegnazione al confino di polizia, ma se la cavò con la diffida. Diffidato fu pure Pietro Rosa, manovale della borgata Primavalle, arrestato per essersi rivolto in stato di ubriachezza ad un milite della MVSN con la frase «vai a fare in culo tu e il tuo padrone». Quello delle frasi oltraggiose – a pubblico ufficiale o a esponenti del governo –pronunciate in stato d’ebbrezza alcolica è un vero e proprio topos: la frequenza di questi avvenimenti induce ad analizzarli quali momenti di evasione da una realtà vissuta all’insegna del malcontento inespresso, nei quali il risentimento per una vita di stenti, dissimulato da sobri, emergeva in modo malcelato in piena sbornia.
Come valutare questi comportamenti? È possibile per essi parlare di antifascismo in senso stretto? Probabilmente no, stante il fatto che si trattava di individui che, in fin dei conti, nulla tramavano contro il regime, al punto che nelle stesse carte di polizia per essi è frequente la dicitura: «Non mostra rilievi nella condotta politica». Eppure, ugualmente, il trattamento ad essi riservato ne fa di fatto degli oppositori politici, al pari di convinti e indomiti agitatori. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza varato nel 1926 fu concepito in maniera tale da annullare, o quasi, il confine tra veri e propri dissidenti, indisciplinati e semplici indigenti, estendendo il concetto di sovversivo all’intera gamma degli appartenenti alle cosiddette «classi pericolose». Bastava insomma deviare dal comune sentire fascista per essere sottoposti ai vincoli di un provvedimento persecutorio – come l’ammonizione o la diffida – da un regime che necessitava non tanto o non solo di un consenso entusiastico ottenuto su base volontaria, quanto e soprattutto di un’approvazione all’apparenza uniforme, benché esteriore e obbligata, su cui poteva ben riposare l’immagine di una compiuta e organica comunità fascista. Per questo, gli atteggiamenti «devianti» cui si è fatto cenno, per altro nient’affatto circoscrivibili alle sole borgate, andrebbero in ogni caso collocati in una sorta di tensione intermedia tra l’antifascismo e l’adesione, estorta o meno che fosse, al regime, un argomento che si presta per una valutazione più attenta riguardo il tema del «consenso». Anche perché punizioni così severe servivano da monito a tutti gli altri.
Le condizioni intollerabili di vita che patirono i borgatari non c’è dubbio che furono a un tempo il fattore principale che a lungo ne impedì il pieno inserimento nella vita civile cittadina e il motivo scatenante della loro viva partecipazione alla lotta di Resistenza. Un promemoria della polizia politica del 22 dicembre 1943 informava la PS che a Primavalle «la maggior parte dei vigilati politici e sovversivi sono armati. Essi avrebbero devastato parecchi negozi, violato diverse case, minacciando gli abitanti e derubandoli. La PS di Primavalle mostra di essere nell’impossibilità di reprimere tali atti». In quel miscuglio di banditismo sociale e lotta partigiana che caratterizzò la Resistenza romana, gli antifascisti delle borgate, fino ad allora isolati, potevano ora uscire allo scoperto.

tratto da: FestivaldiStoria